Bici, venti euro per due scatole da imballaggio: «Turisti abbindolati»

Aveva bisogno di scatoloni di cartone per imballare biciclette e spedirle in stiva a mo' di bagaglio, tornando in aereo a casa, dopo aver passato le vacanze di Natale in Sicilia. Così Paolo Pinzuti, noto cicloamatore italiano nonché fondatore del movimento #Salvaiciclisti e della rivista specialistica BikeItalia.it, è andato in un negozio di bici nel pieno centro di Catania e ne ha chiesti due. Uno per la sua bici e uno per quella di sua moglie. «Le devo qualcosa?», chiede al titolare, come domanda di rito. «Venti euro», risponde quello.

«Sono rimasto a bocca aperta», racconta Pinzuti dalla Turchia, dove vive e lavora. Nel frattempo, la sua esperienza - raccontata in un articolo corredato di foto dello scontrino - sta scuotendo gli animi degli appassionati. «Sono un cicloturista - dice - Ho girato in lungo e in largo tutto il mondo, ho viaggiato in bici per quattro continenti e l'ho imbarcata in aereo più di 40 volte. Nessuno, nemmeno nei Paesi più poveri, mi aveva mai fatto pagare una scatola di cartone». Chi viaggia in bici sa che per imbarcare le proprie due ruote in tutta sicurezza deve infilarle in una scatola.

«Così, il giorno prima della partenza, faccio sempre il giro dei negozi per chiedere i cartoni che, altrimenti, vengono buttati via, visto che sono gli imballaggi con i quali i rivenditori ricevono le biciclette che poi vengono commercializzate al pubblico».

Dopo aver fatto un tour a pedali in Sicilia, Paolo Pinzuti ha chiesto ai membri del gruppo etneo di #Salvaiciclisti qualche consiglio su «negozi amici». «Mi hanno dato un elenco, li ho chiamati, ma tutti avevano già buttato via le loro scatole. Era sabato e non avevo alternative perché partivo l'indomani, così ho cercato per i fatti miei e ho trovato questa bottega. Ho telefonato e il titolare mi ha detto: "Venga pure, noi le abbiamo"». Al suo arrivo da Ciclocenter, in piazza Spirito Santo, i due cartoni erano lì ad attenderlo.

«Il gestore, molto gentilmente, mi ha chiesto se io avessi bisogno di nastro adesivo, io ho rifiutato e ho chiesto, per educazione, se avessi dovuto pagare qualcosa. Non mi era mai capitato in vita mia di vedermi chiedere dei soldi per uno scarto, una cosa che normalmente viene buttata».

Invece, il commerciante etneo ha battuto cassa: venti euro per due scatoloni di cartone. «Ho detto che mi pareva assurdo, lui mi ha risposto che fa un favore a noi ciclisti a tenere gli scatoloni. Io non avevo altre opzioni, quindi ho pagato e sono andato via. Uscito dal negozio, ho chiesto a mia moglie di fare una fotografia all'insegna. Il titolare se n'è accorto ed è venuto a lamentarsi, ha detto che non aveva paura delle mie recensioni negative e che, del resto, lui le scatole le paga». «Mi sono sentito preso in giro», ammette Pinzuti.

«Quell'uomo - prosegue - si è approfittato della sua situazione di privilegio. E non ha dato una bella immagine della città e della Sicilia. È lo stesso discorso del gelato a trenta euro per i turisti a Venezia: un singolo, pur di portare a casa la giornata, rovina la percezione complessiva che si ha di un posto». E lui, che di mestiere si occupa di marketing, queste cose le sa meglio di altri.

«Io non discuto che farmi pagare la scatola sia stata un'azione lecita. Avrebbe potuto farla costare anche mille euro e sarebbe stato comunque un suo diritto. Non è una questione di liceità, è una questione di opportunità. Tutti buttano il cartone, lui lo vende. Allora non è un commerciante di bici, è un rivenditore di rifiuti. Oltre a dare l'idea di una città in cui ai turisti viene venduta la spazzatura...».

«Prima di me - continua il ciclista - sarà capitato a centinaia di altre persone, soltanto che io ho una testata più o meno influente sul mondo della bici. Ho scritto ciò che mi è capitato e qualcuno, magari, il suo negozio lo eviterà. Ne valeva davvero la pena? Tutto per colpa di quella sgradevole tendenza ad abbindolare i turisti che abbiamo in Italia».

E conclude: «Non ho alcuna intenzione di lasciare passare angherie come questa. È come se andassimo al bar, chiedessimo un caffè e ci venisse fatta pagare come un extra la bustina dello zucchero».

«A Stoccarda una volta mi chiesero 16 marchi per uno scatolo per la bici, pagarli è normale», replica Salvatore Curulli, proprietario del negozio incriminato. «Gli alberghi della zona mandano i turisti da me, perché sanno che io offro questo servizio. I cartoni li acquisto e li pago. Per averne a disposizione sempre una trentina, io affitto un deposito», continua. E aggiunge: «Inoltre, proprio perché so chi viaggia in aereo deve mettere la bici in stiva, mi propongo per smontarla e imballarla, attività che sono incluse in quei venti euro e di cui il signore non ha voluto usufruire».

In città, afferma l'uomo, «sono l'unico a dare i cartoni, i clienti mi ringraziano per questo». «Noi le scatole di cartone non le vendiamo, se non in casi eccezionali e rarissimi», precisano dall'azienda trapanese Lombardo bikes, protagonista suo malgrado della vicenda, poiché fornisce proprio gli scatoloni in questione, che per l'occasione sono stati venduti a dieci euro ciascuno. «Quando spediamo le nostre biciclette ai nostri clienti, le mettiamo all'interno delle scatole. Può capitare che qualcuno ci ordini solo quelle, perché, per esempio, nel trasporto le prime si sono rovinate. Quelle poche volte che succede, succede prevalentemente con l'estero o con chi ha negozi online. Chiaramente - continuano - il packaging per noi ha un costo, ma noi lo consideriamo come una componente della bicicletta».

«Di solito - aggiungono da Lombardo bikes - i nostri clienti gli scatoloni li smaltiscono. Noi non vendiamo scatole, il nostro core business è un altro. Per quanto ci riguarda, è importante avere un approccio favorevole nei confronti degli utenti, è proprio la nostra politica aziendale».

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